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Le rose e le spine: resoconto della missione a Minsk (18-21 settembre) Stampa E-mail
Scritto da Raffaele Iosa - Presidente AVIB   
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Sapevo già prima di partire, in modo informale, della discussione in Bielorussia sul futuro delle accoglienze e le loro modalità, legate al caso della ragazza trattenuta negli Stati Uniti. Sapevo già che il “modello italiano” con un chiaro accordo  tra governi era considerato il riferimento a cui la repubblica di Belarus chiedeva agli altri paesi di adeguarsi. Insomma dalla spontaneità casuale a regole condivise tra Stati. Sapevo anche che il nostro paese non rischiava cambiamenti, che noi avremmo considerati paradossali visto che il nostro accordo funziona e che le accoglienze negli ultimi due anni funzionano a meraviglia. Pacta sunt servanda, si era detto. Però se torno dalla Bielorussia con messaggi positivi sulla continuità delle accoglienze non è per il mio viaggio, né per merito di qualche associazione  né per  interventi sotterranei richiesti a qualche potente italiano, ma per merito di tutte le famiglie italiane ospitanti, delle associazioni e della serietà delle relazioni istituzionali nate dal 2007 ad oggi.

Insomma è un successo di tutti, prima di tutto delle famiglie fino anche ai due governi. Una cosa ovvia, ma da dire alla luce del sole. Eppure mi è sembrato indispensabile partire prima e chiarire maggiormente la nostra posizione non solo per fugare eventuali allarmismi (che stavano crescendo in Italia), ma anche e soprattutto per ottimizzare le positive relazioni e fare un passo in avanti sulla collaborazione con la Bielorussia. I colloqui con le autorità bielorusse e con il nostro ambasciatore a Minsk Cappello mi hanno confermato la volontà di tutti a proseguire con la collaborazione in continuità con il recente passato, ma anche la necessità di aumentare e qualificare il nostro impegno sia in Italia che in Bielorussia. La recentissima dichiarazione dell’ambasciatore bielorusso a Roma Skripko conferma questo clima, che lui stesso rilancia con una parola (implementazione) che è esplicitamente una richiesta di miglioramento e avanzamento dei nostri rapporti a tutto campo. Riprenderò più avanti questo tema.

 

Quindi questa è la parte che qui chiamo delle rose. Va tutto bene. Ma va davvero tutto bene? Nel breve periodo certamente: i bambini e i ragazzi verranno come prima. Ma ci basta questo? Credo sia ad esempio ora di smetterla di dire (qualche volta da alcuni) che le accoglienze vanno avanti per interessi “altri” oltre i bambini (economici, politici, vacanze adulte, ecc..). Questi aspetti vi saranno, ma non sono affatto centrali nell’esperienza bilaterale di solidarietà, non vi è una specie di trama che approfitta per altri obiettivi. Ci possono essere sbavature ed imbrogli, come sempre accade in fenomeni così cospicui, nei quali tutti e due i paesi non sono sempre esenti da difetti:  questa è patologia che tutti dobbiamo evitare e condannare. Ma il cuore del problema è ben altro, ed è tutto culturale, sociale. In senso lato e nobile “politico”. Il cuore del problema che avevo percepito e che ha reso necessario anticipare la mia partenza  era una questione sottile, ma importantissima, che aleggiava, aleggia e non è affatto da sottovalutare. Nella giusta discussione aperta in Bielorussia sul futuro delle accoglienze negli altri paesi (non l’Italia) stava emergendo, tra le tante, una proposta negativa ed ambigua che poteva essere comprensibile solo per altri contesti giuridici di altri paesi e per diverse condizioni di accoglienza. Si trattava della proposta di limitare a tre anni l’accoglienza di ogni bambino bielorusso in una stessa famiglia e di porre il limite ai 14 anni per i viaggi all’estero per risanamento. Questioni legate anche a leggi diverse tra Stato e Stato sull’autodeterminazione dei minorenni (e sull’inizio della maggiore età) rendeva questa discussione difficile. Ma dietro a questioni legali vi  è un tema molto caro in Italia e che anche nel nostro paese ha avuto diverse opinioni, fino a scontri tra associazioni (a volte ideologici) che toccano appunto il cuore del problema accoglienze. La stragrande parte delle accoglienze italiane non ha oggi limiti né di volte per bambino nella stessa famiglia né di età. E questo fa parte del più peculiare elemento di qualità della nostra esperienza  (e forse minore negli altri paesi) che è il ruolo sociale, affettivo, di opportunità umana e di sviluppo evolutivo che sono le nostre “famiglie a tempo”, insomma famiglie che si prendono in carico un bambino e lo seguono da tutti i punti di vista fino alla maggiore età e anche oltre, aiutandolo a crescere, dandogli fiducia e autostima (si pensi ai ragazzi degli internati senza nessun familiare naturale capace di dar loro futuro psicologico). Un “risanamento” insomma fondamentale per migliorare le condizioni umane di tantissimi ragazzi soli, senza autostima, a rischio devianza. Insomma non una vacanza anonima anche se amena, ma amicizia e vera solidarietà, senza ricatti né ambiguità sul loro destino in patria. Era proprio questo il punto di vista dell’AVIB che ho affermato con molta forza a Minsk come “anima” e “valore aggiunto” che il nostro paese offre a piene mani e che va “implementato” e reso più qualitativo,  ma non certamente ridotto. Insomma, vi era da valorizzare e difendere l’anima profonda delle nostre accoglienze, per evitare qualsiasi rischio futuro e consolidare una vera qualità. Una questione che viene prima delle regole formali sul sicuro ritorno dei ragazzi in Bielorussia. Se questa anima non è ben conosciuta (come mi accade a volte di notare in Bielorussia), se non raccontiamo bene agli amici bielorussi la sostanza dei nostri progetti di accoglienza, se non c’è consapevolezza del valore (ma anche dei rischi da contrastare) di questa scelta tutta italiana, allora siamo a rischio nel futuro, il rischio più grave in queste vicende: di perdere per strada il senso del nostro lavoro, in un generico e simpatico turismo. E allora sarebbe l’inizio vero della fine. Il punto è per l’AVIB dirimente, anche perché alcune associazioni italiane hanno fatto scelte simili a quelle che si prospettano in Bielorussia per altri paesi. Queste scelte ci sono state a volte buttate addosso criticandoci per la nostra “affettività”, come se questa fosse una malattia! Per la verità alcune di queste associazioni hanno terminato la loro esperienza di accoglienza, alcune altre sembrano essere in procinto di cambiare (vedremo) dando più spazio alla continuità affettiva. Ma questo tema ha scosso le nostre relazioni in passato e il precedente AVIB ne ha pagato incomprensioni che il nuovo AVIB intende superare. Per questo meritava parlarne con chiarezza e subito. Oggi parerebbe  che tutte le associazioni condividano l’accordo del 2007 e il rispetto della continuità delle accoglienze. Ne sono immensamente lieto. La novità va però confermata nei fatti. Come dico sempre, io sono prima di tutto una famiglia ospitante, e ricordo il drammatico periodo del  Natale 2006 quando non venne nessun bambino. Da lì è nata una  grande spinta  per determinare la realizzazione delle nuove regole Italia-Bielorussia che oggi sono considerate ad esempio per tutti gli altri paesi. Quel movimento ha messo in crisi alcune associazioni incerte sulla linea da seguire, ma la coerenza alla lunga ha pagato! Ricordo che ho anche difeso l’associazione che aveva subìto il caso della bambina trattenuta nel 2006, sostenendo che poteva accadere a tutti. Antonio Corvino, l’ex presidente di quella associazione e uno dei padri fondatori dell’AVIB, mi riconosce quell’impegno,  e qui lo ringrazio della stima  che nei  mesi scorsi mi ha confermato. Quindi rispetto reciproco e chiarezza sono alla base della coerenza che l’AVIB persegue.

 

Finite le rose, vengono però anche le spine. Credo ad esempio sia necessario dire qualcosa di più sul fatto che i bambini non sono “delle associazioni” e neppure delle famiglie ospitanti, ma di se stessi, e che le associazioni vivono perchè ci sono migliaia di famiglie italiane disposte all’amore gratuito, non il contrario. Che insomma deve essere migliorato il rapporto tra singole famiglie e associazioni (difficile più spesso di quanto pensavo), che queste ultime devono sentirsi al servizio di un valore grande (la famiglia a tempo) e non solo organizzatrici di soggiorni. Un’altra spina. Credo sia indispensabile cercare sempre unità e solidarietà tra tutte le associazioni, nell’interesse di ogni singolo bambino, evitando competizioni che pochi capiscono, visto ad esempio che nessuna delle attuali associazioni vuole modificare le accoglienze. In che cosa siamo diversi? Parliamone francamente. Io sono stato eletto Presidente con il mandato di creare legami, non partiti separati. Per questo  stiamo lavorando ad un congresso straordinario a marzo 2009 che rilanci la necessità di unità e l’impegno qualitativo del movimento associativo. Altrimenti le famiglie (il nostro tesoro) non capirebbero e ci prenderanno in giro temendo  protagonismi e giochi di potere alle loro spalle. Io e la nostra attuale Presidenza per fare questo non stiamo zitti, ma usiamo appunto gli unici strumenti che abbiamo: la parola e la franchezza, unita ai fatti. Un’altra spina, forse la più importante. L’ambasciatore Skripko scrive nella sua nota sulla necessità di “implementare” la qualità delle accoglienze e la cooperazione bilaterale. Implementare vuol dire migliorare e aumentare. E’ esattamente il mio pensiero, quello che in più scritti ho chiamato “il passaggio dall’aiuto improvvisato allo scambio”. Da farsi senza colonialismi e pietismi, ma cercando di seminare azioni che producano un futuro migliore ai giovani di un paese che ha avuto una recente storia non facile, tra due catastrofi quali Chernobyl e la fine dell’Unione Sovietica. Ne ho scritto così tanto che qui non ripeto. Sono però convinto che il futuro vero delle accoglienze (e delle modalità in cui saranno realizzate) è direttamente legato a come questa implementazione effettivamente sarà realizzata, non solo al rispetto formale degli attuali accordi. Il nostro problema è su questo tema doppio. Sulle accoglienze dobbiamo lavorare tutti meglio, sia economizzando le spese (evitando di ridurre i bambini ospitati per la crisi economica in corso) ma soprattutto migliorando la qualità delle accoglienze. E qui lo spazio di miglioramento è grandissimo e il nostro impegno deve essere culturalmente e professionalmente più attento, partendo appunto dal farci conoscere meglio in Bielorussia sulla qualità umana delle nostre accoglienze. Ma non basta. È indispensabile fare un po’ di più delle pur belle azioni di singole associazioni (comunque da proseguire) che cooperano con le comunità locali,  ed evitare il rischio di  progetti non sempre bilateralmente condivisi. E’ necessario fare un passo più in là, perché almeno la filosofia dei diversi interventi sia più unitaria e perché nascano progetti che coinvolgono più associazioni insieme. Insieme infatti si è più forti. Vorrei fosse chiaro che considero il tema dello scambio come la carta di credito vera sul futuro delle accoglienze, anzi il modo concreto per dare a queste maggiore spessore e anche futuri di amicizie e scambi di e tra giovani più aperti di quelli attuali. Per questo motivo ho ufficialmente impegnato la nostra Federazione a completare i lavori della Colonia Planeta, nei pressi di Minsk. Con una novità pienamente condivisa: farla diventare non solo un buon centro vacanze ma anche un centro italo-bielorusso di incontro interlinguistico finalizzato a offrire stages di studio del russo a giovani europei e stages di italiano a giovani bielorussi. Stiamo lavorando alacremente per entrare in un progetto di finanziamento europeo (ne abbiamo i titoli) perché non è possibile chiedere alle nostre associazioni un sacrificio in più. Su questo progetto imiteremo e ci faremo aiutare da Giuseppe Carboni, il primo tra noi che ha esplorato strade simili. Chiederemo anche collaborazione con il progetto Humus attraverso Massimo Bonfatti. Sono convinto però che si debbano anche cercare strade di lavoro originali e unitarie. Ho quindi aperto una nuova pista di lavoro su un tema storico appassionante: l’ipotesi di chiudere gli internati in 5 anni! Sarebbe il primo paese dell’est a farcela. E noi, con la nostra esperienza, dovremmo starne fuori? Possiamo ancora star fermi quando vengo a sapere a Minsk che solo gli inglesi e gli irlandesi stanno effettivamente lavorando, ad esempio, con le case famiglia?  E noi cosa facciamo? Ancora l‘aiuto di emergenza agli istituti? Proprio l’Italia che ha grande esperienza sociale su questi temi? Tra poco l’AVIB presenterà una sua proposta di avvio per una buona sinergia tra tutte le associazioni sul tema. Chiudere gli orfanotrofi è un atto di civiltà cui daremo una mano concreta. E, infine, ho accettato con grande interesse la proposta del nostro Ambasciatore di aprire una sede a Minsk di servizio per il volontariato italiano in un ufficio dentro il palazzo dell’Ambasciata, assieme ad altri uffici di servizio per le imprese. Sarebbe una sorta di “casa degli italiani” che ci aiuterebbe ad avere migliori e continui contatti ed una visibilità efficace anche per i bielorussi. Ci sono infine alcune spine italiane che potrebbero (ci auguriamo) essere invece petali di rosa,  nel rapporto con le nostre istituzioni, per esempio con lo sviluppo promozionale e di attivo controllo del COMIN, con il superamento qualitativo del tormentone dei 90 giorni, ma soprattutto con un ruolo sempre più amichevole di tutto il nostro sistema-paese verso la Bielorussia e il suo popolo. La conferma dell’accordo del 2007 sulle accoglienze dà forza a questa necessaria implementazione. Su questo torneremo nei prossimi giorni dopo il nostro Consiglio di Presidenza di sabato prossimo.

 

Insomma, torno da Minsk con tante rose ma anche con alcune vere e proprie spine! C’è tanto da lavorare e poco da litigare. Le spine obbligano a lavorare ancora di più, a credere in questo futuro e a saper trovare tra noi coesione e serietà, maggiore professionalità, capacità di intercettare finanziamenti ma anche  creare le condizioni politiche e istituzionali perché il nostro sistema paese comprenda questa bellissima sfida. Ne saremo capaci? Confesso che mi tremano i polsi e con umiltà ed un po’ di ansia chiedo a tutti di lavorare attivamente, di superare l’autoreferenzialità, perché la fase storica è davvero nuova e restare fermi solo al tran tran delle accoglienza sarebbe l’inizio della loro fine. Mi consola e mi dà fiducia un fatto apparentemente marginale, ma di grande impatto emotivo. Sabato scorso la Bielorussia era piena di matrimoni. Ho visto dappertutto migliaia di giovani sposi farsi fotografare nei prati, vicino ai monumenti, purtroppo con l’ombrello perché pareva novembre. Ebbene: con grande gioia sono venuto a sapere (e visto con i miei occhi) che a molti di questi matrimoni hanno partecipato famiglie italiane (qualche volta persino famiglie tedesche) conosciute e reciprocamente amate per effetto delle accoglienze. Questa è l’Italia che adoro, queste sono le famiglie a tempo che ammiro e di cui mi sento parte. So dunque che c’è in giro una grande forza umana e solidale che sa rispondere alle sfide. Per questo, l’AVIB confida di poter essere capita e aiutata  prima di tutto dalle nostre famiglie ospitanti (che sono l’anima delle associazioni) come azione diffusa per continuare al meglio, spingendo insieme perché tra tutti vi siano quei salti di qualità che intensamente desideriamo.




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