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Adozione e affidamento: proposte a confronto Stampa E-mail
Scritto da Coordinamento Famiglie Adottanti in Bielorussia   
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Intervento del Coordinamento Famiglie Adottanti in Bielorussia alla Commissione parlamentare Bicamerale per l'infanzia.
 
A nome del Coordinamento famiglie adottanti  in Bielorussia, vorremmo prima di tutto ringraziare la Presidente On.le Serafini e gli Onorevoli membri della Commissione Parlamentare per l’infanzia per l’invito che ci è stato rivolto. Oggi, in occasione di questo seminario di studio, desideriamo portare la nostra esperienza per invitare tutti gli auditori ad uno spunto di riflessione di più ampio respiro. La maggior parte di voi saprà come la nostra richiesta di adozione derivi da forme di soggiorno ed ospitalità di tipo solidaristico-umanitario verso i cosiddetti Bambini di Chernobyl.
L’esperienza di solidarietà, in corso da ben 21 anni, denota quella capacità di apertura del popolo italiano, unica al mondo, nell’accettare  sfide umanitarie. Riteniamo, che l’esperienza dell’accoglienza possa contraddistinguersi per alcuni connotati estremamente positivi specialmente per il minore che, come parte più debole, dovrebbe essere il principale soggetto di diritto da tutelare. I progetti di risanamento in questi anni hanno permesso a circa 500.000 bambini bielorussi, russi ed ucraini, non solo di poter godere nel nostro paese di un soggiorno di risanamento fisico/sanitario, ma anche di acquisire un’apertura ed una conoscenza di una cultura, uno stile di vita e specialmente un modo di vivere gli affetti diverso da quello della loro cultura di origine. E, soprattutto di farlo all’interno di un nucleo familiare. Tutto ciò chiaramente ha coinvolto anche noi famiglie in un interscambio culturale consentendoci di entrare, attraverso questi bambini e ragazzi, in forte empatia con i loro paesi di origine. Questo ha portato all’azione umanitaria più capillare ed estesa in termini temporali a cui si sia assistito dal dopoguerra ad oggi. Dopo questa breve premessa, intendiamo esporre il nostro punto di vista sui temi dell’affido internazionale e dell’adozione internazionale. Pur concordando sul fatto che l’accoglienza di un minore istituzionalizzato presenti certamente delle problematiche diverse da quelle di un bambino con alle spalle una famiglia, riteniamo che sia proprio l’ambiente familiare, e non quello di un istituto, a dover costituire il quanto mai necessario punto di partenza di un nuovo e significativo percorso educativo. Questo sarà infatti teso ad avviare e continuare nel tempo quel risanamento non solo fisico, ma anche psicologico per questi minori. Riteniamo dunque corretto, avvalorando tale tesi, di incentrare l’analisi sul minore e non unicamente sulla famiglia ospitante. I minori provenienti da istituto hanno infatti avuto un trascorso che li ha portati ad essere abbandonati dalla famiglia naturale e ad aver perso quell’Amore, Affetto e Calore familiari: elementi sostanziali ed imprescindibili per la crescita di un sano individuo. Risulta infatti scientificamente provato come un essere umano privo di affetti, presenti spesso forti ritardi nella crescita, di solito difficilmente recuperabili, e di come maturi un profondo senso di inadeguatezza, comune a tutti i bambini e ragazzi istituzionalizzati. Di conseguenza, l’istituzionalizzazione di minori in orfanotrofi, istituti, case famiglia rappresenta solo un cattivo surrogato di quello che è e dovrebbe essere l’ambiente familiare reale. La casa famiglia, l’istituto dovrebbero essere esclusivamente degli ambienti di prima accoglienza e non dei luoghi in cui il minore viene parcheggiato fino alla maggiore età, momento in cui ne uscirà, obbligatoriamente, ma con un futuro incerto e con scarse possibilità di miglioramento della propria vita. La famiglia, in quanto tale, ha quella “pozione magica”, non surrogabile da altri soggetti, che consente la costruzione di un individuo ben dotato di autostima e della volontà e consapevolezza di non voler subire la vita passivamente. Con miglioramenti tangibili a livello di profitto scolastico e di maggiore consapevolezza ed attenzione al mondo circostante. Questo benefico effetto, nel caso dei soggiorni solidaristici, permane efficacemente anche al momento del distacco e al ritorno nel proprio paese di origine. Le eventuali difficoltà, derivate dall’inevitabile distacco al termine del soggiorno solidaristico, sono infatti ampiamente bilanciate da quella forza infusa dalla famiglia nel superare il difficile evento e nella sicura consapevolezza che quell’addio sia in realtà un semplice “arrivederci”. Con il trascorrere degli anni anche questi problemi diventano meno importanti sia per la crescita e la maturità acquisita dal minore sia per il consolidamento, anche a distanza, del rapporto con la famiglia ospitante. Non ci risultano studi che possano confortarci in questa tesi come, del resto non è nemmeno dimostrata l’opinione contraria relativa all’insorgere di un danno nel minore. È l’esperienza di più di 20 anni che avvalora il risanamento dei minori, riconosciuto anche dagli stessi operatori bielorussi del settore. Al momento, il risanamento all’estero è l’unica forma, alternativa al progetto Humus di Legambiente, che garantisca un abbattimento degli isotopi radioattivi nel sangue. Di certo, dei miglioramenti nell’attività dell’accoglienza risulterebbero quanto mai auspicabili come quello, ad esempio, di una maggiore preparazione delle famiglie all’interculturalità. Potrebbe infatti essere altamente costruttivo effettuare degli incontri preliminari con un mediatore culturale per avvicinare le famiglie accoglienti ad una realtà, cultura e tradizioni diverse dalla nostra. Questo nostro intervento ha anche l’obiettivo di evidenziare con massima forza e chiarezza, come non tutte le accoglienze di un minore istituzionalizzato si concretizzino in un’adozione; solo infatti una frazione marginale delle famiglie accoglienti si propone per l’avvio di un iter adottivo. Anche qui la risposta la si può trovare considerando la volontà del soggetto più debole. Le adozioni che provengono dall’accoglienza, nascono infatti  principalmente da una forte, sincera e consapevole richiesta del minore. Un’adozione di questo tipo non potrà, né dovrà essere assolutamente confusa con un’adozione internazionale di tipo tradizionale, basata su di un processo “asettico” ed indirizzata per lo più a bambini di una fascia di età inferiore. Riteniamo, pertanto, che l’esperienza dell’accoglienza possa essere configurabile come viatico ad un percorso di affido internazionale e/o di una forma di adozione internazionale nominativa. Tutto ciò al fine di ridurre quanto più possibile, il fenomeno di un’estenuante attesa dei ragazzi in istituto fino al raggiungimento della maggiore età e consentire a quei minori non “graditi” per un’adozione internazionale, perché troppo grandi o malati, di poter avere una famiglia affidataria o adottante. Di fatto, tale esperienza potrebbe effettivamente consentire anche ad un numero maggiore di bambini di giungere all’adozione o comunque di sperimentare l’esperienza fondamentale della vita in una famiglia. Sempre in merito all’esperienza dell’accoglienza, riteniamo, senza ombra di dubbio, di poter escludere dei fenomeni di induzione all’abbandono, poiché i minori dichiarati adottabili in Bielorussia sono per lo più orfani sociali. Tale situazione deriva da aspetti culturali comuni ai paesi dell’ex blocco sovietico in cui è fortemente relativizzato il legame genitore-figlio. In tali Stati un individuo è infatti ritenuto prima di tutto una persona di cui lo stato si prenderà cura. Tale ideologia determina praticamente l’annullamento nei genitori di quel senso di colpa derivante dall’aver abbandonato un figlio con conseguente dilagare della piaga dell’abbandono, purtroppo, anche troppo spesso accompagnata dal diffuso fenomeno dell’alcolismo. Del resto, anche Madre Teresa di Calcutta invitava le famiglie indiane che volevano disfarsi della seconda o terzogenita, a lasciarla presso una delle loro strutture piuttosto che ucciderla. In questo modo le famiglie non sarebbero potute essere tacciate di istigazione all’abbandono. In questo modo, anche le stesse suore di questo ordine religioso avrebbero agevolavato il più possibile l’adozione di questi minori con delle famiglie anche straniere. Purtroppo il caso della Romania e le strette relazioni del Consigliere Nicholson con associazioni di pseudo-beneficenza, hanno dimostrato come gli interventi in loco dovrebbero essere mirati a tutelare effettivamente il minore e non a finanziare strutture volte al soggiorno del minore in istituto fino al raggiungimento della maggiore età. Nel rispetto del principio di sussidiarietà, legalmente sancito dalla Convenzione dell’AJA, tali strutture dovrebbero preoccuparsi di individuare nel più breve tempo possibile una famiglia, per ciascun bambino, senza colore di nazionalità. Chi dei convenuti si sente di dire che è giusto abbandonare di nuovo un bambino di otto o dieci anni che vive in orfanotrofio da quattro o cinque anni, che non ha avuto alcuna possibilità di trovare una nuova famiglia nell’ambito del suo Paese e che comincia a comprendere che mai non ne troverà più alcuna? Qual è la colpa di quel bambino: aver conosciuto la sua vera unica e purtroppo, ancora potenziale, famiglia prima di un atto ufficiale?  Per questa colpa dovrà essere condannato a rimanere per sempre in orfanotrofio? È questo che si vuole per lui? Concludiamo, perciò, invitandovi a riflettere su questi vitali interrogativi, affinché insieme si possa trovare il prima possibile una soluzione positiva riguardo al futuro di questi ragazzi, che consideriamo come veri e propri figli a tutti gli effetti e per i quali rappresentiamo la loro famiglia di riferimento. Vi ringraziamo per l’attenzione prestata.




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